Quickribbon

giovedì 5 gennaio 2012

Impastato, ancora depistaggi


In soccorso alla verità, arriva la Provvidenza. Provvidenza Vitale è il nome della casellante di Cinisi all’epoca del delitto Impastato, una testimone chiave, lo sguardo diretto sul passaggio a livello della linea ferroviaria Palermo-Trapani quando era di guardia quella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978 in cui il corpo di Peppino è stato dilaniato da una bomba. Lei ha visto in faccia i sicari, ancora senza nome, di Peppino. Per i carabinieri della stazione di Cinisi la donna, oggi 88 anni, era “irriperibile”, “irrintracciabile”, immigrata negli Stati Uniti, risucchiata nel nulla. Avvolta nel silenzio.
Dopo oltre trent’anni si scopre che la donna non aveva mai lasciato la sua casa, a pochi chilometri dalla stazione. A scoprirlo è stata la Dia di Palermo, in seguito alla riapertura dell’inchiesta voluta dalla Procura di Palermo, il procuratore aggiunto Antonio Ingroia e il sostituto Francesco Del Bene stanno indagando sui possibili depistaggi. “È una cosa strana quella che è successa, mi dice Antonio Ingroia, questa donna era stata dichiarata in capo al mondo, quando invece stava a casa sua, a pochi chilometri dal luogo del delitto. Di dimenticanze, depistaggi, coperture in questa vicenda ce ne sono state molte. Noi stiamo cercando di capire se questi depistaggi sono colposi o dolosi, con l’obiettivo di esserlo.” Provvidenza Vitale è stata interrogata ieri dal pm Del Bene: “Ho ricordi vaghi di quella sera”, ha detto. Chissà se dalla nebbia del passato affiorerà nella sua memoria il ricordo di quei volti, in quella notte di sangue. Una cosa per ora è certa, lei è sempre stata nella sua terra, nella sua casa, con la sua famiglia composta da sei figli dove spunta anche un genero carabiniere.
“Qui è stato commesso un crimine – mi dice Giovanni Impastato, il fratello di Peppino che ha chiesto la riapertura delle indagini – che si chiama depistaggio, è impossibile che la testimone più importante non sia stata mai cercata, come lei stessa ha confermato. Lei era a cento metri dal delitto. È la prova del depistaggio, un depistaggio scientifico. I responsabili devono pagare e hanno un nome e un cognome: il generale Antonio Subranni, che nel 1978 era il comandante del reparto operativo dei carabinieri di Palermo, e coordinava le indagini sulla morte di mio fratello e il procuratore Gaetano Martorana”. Alle sue parole fanno eco quelle di Umberto Santino, Presidente del Centro Impastato di Palermo che, insieme al fratello e ai compagni di Peppino, si batte per arrivare a una piena verità storica e giudiziaria: “Il depistaggio, dice Umberto Santino, così come era inequivocabilmente affermato dalla relazione della Commissione parlamentare antimafia, approvata nel dicembre del 2000, ha due attori principali: il procuratore capo del tempo, Gaetano Martorana, che nel fonogramma redatto subito dopo il ritrovamento dei resti del corpo di Peppino Impastato, parlava di ‘attentato alla sicurezza dei trasporti mediante esplosione dinamitarda’ e l’allora maggiore dei carabinieri Subranni. Un’indagine seria deve partire dall’accertamento delle responsabilità di questi due personaggi.”
Oggi ci si chiede perché i carabinieri della stazione di Cinisi hanno omesso, se non addirittura volutamente nascosto, agli organi inquirenti una teste fondamentale. Questo è solo l’ultimo di una lunga serie di depistaggi che hanno inizio la sera stessa dell’omicidio con la perquisizione dell’abitazione di Impastato da parte dei carabinieri e con la sparizione del suo archivio. “C’è stato un anomalo sequestro, spiega Ingroia, che fu un sequestro di tipo amministrativo, e non si è mai sentito un sequestro amministrativo, dove il corpo del reato fu sottratto all’autorità giudiziaria e quando fu restituito mancavano alcuni documenti.” Tra le carte sottratte al militante di Democrazia Proletaria e scomparse, forse, la chiave della verità. “Peppino in quel periodo – dice Giovanni, stava indagando sulla strage della casermetta di Alcamo Marina e aveva fatto un volantino di denuncia molto duro. Questa documentazione non si trova più.” Le indagini, intanto, vanno avanti e guardano oltre Radio Aut: “Stiamo valutando, dice Ingroia, se accanto al movente indiscutibile, le sue denunce a Radio Aut, c’era stato qualcosa che aveva scoperto Peppino, stiamo indagando su tutto ciò di cui si occupò negli ultimi tempi.”
“Peppino Impastato è ancora vivo e lotta insieme a noi”: gridano i giovani, tanti, con una sola voce quando, in occasione dell’anniversario della morte, si ritrovano a Cinisi per partecipare al corteo e seguire il forum sociale antimafia. Peppino è vivo perché racconta la ribellione civile di una generazione, la voglia di vivere in una società migliore, il coraggio di recidere le radici mafiosi in nome della dignità. Luigi Impastato, il padre di Peppino, faceva parte di una famiglia di piccoli allevatori legati a Cosa nostra. Il cognato Cesare Manzella, marito della sorella, era il capomafia del paese. Accanto a Peppino, c’è stata una donna coraggiosa, la madre Felicia, che ha difeso il figlio dal marito e fino all’ultimo dei suoi giorni, il 7 dicembre 2004, ha lottato per ottenere giustizia.
In oltre trent’anni, sono stati fatti molto più di cento passi in avanti, un viaggio partito dalla casa di Peppino e Felicia, per tutti ‘Casa memoria’, uno piccolo scrigno di legalità, un percorso tra fotografie e parole, dove si respira l’ostinazione di Peppino e quella dei suoi compagni. Se ancora oggi, dopo oltre trent’anni, si indaga per fare luce e scovare le responsabilità istituzionali è perché da Cinisi è partita una rete di resistenza alla mafia che attraversa e unisce tutto il Paese. È perché la voce di Radio Aut è tornata a farsi sentire. Danilo Sulis, amico di Peppino, ha inaugurato due anni fa Radio 100passi, a Palermo. “La radio è nata il cinque gennaio, il giorno del compleanno di Peppino. Abbiamo scelto di fare una radio web, mi spiega, perché oggi ci sono molto più di cento passi da fare, la mafia investe in tutto il mondo. Da quando siamo nati abbiamo avuto diversi attentati perché la figura di Peppino dà ancora fastidio.”
Quando ogni 9 maggio il corteo arriva a Terrasini, dalla finestra di Radio Aut scende un cartellone con sopra il volto disegnato di Peppino. E sembra quasi di sentire ancora la sua voce che infrange il muro del silenzio, quel silenzio che uccide come la mafia.

Nessun commento:

Posta un commento