Equitalia è la società pubblica di riscossione tributi che
di recente, nemmeno abbia il potere d’incarnarsi in una Pippa Middleton
qualsiasi, ha ottenuto la luce scintillante dei riflettori nel dibattito
mediatico, a causa di una serie di attentati paraterroristici volti a minarne la
solerte efficienza. E come per Pippa Middleton, pare che anche per parlare di
Equitalia non esistano vie di mezzo. La si ama e la si difende strenuamente,
mostrando per lei lo stesso trasporto che i mendicanti di Nottingham provavano
per Robin Hood, mettendone in luce in chiave cristologica la missione umanitaria
(assicurarsi che tutti i cittadini, senza differenze di censo, posizione sociale
o culturale, sacrifichino il dovuto per la collettività). Oppure la si odia e si
narrano le sue malefatte con la passione che gli aedi medioevali mettevano nel
raccontare il mito di Tristano e Isotta, e attraverso la sineddoche
(una parte per il tutto), si elencano i casi parossistici in cui i cittadini,
attratti in un vortice di burocrazia post-kafkiano, sono
annichiliti prima moralmente e poi materialmente.Insomma, la solita canea. Come sempre è impossibile trovare sui media generalisti qualcosa in più che un’accapigliarsi tra seienni.
Inutile dire che la verità sta nel mezzo, e che su un numero infinito di pratiche da gestire su tutto il territorio, voler trarre uno straccio di pensiero sensato basandosi sugli esempi concreti, è un esercizio vaporoso. Per ogni esempio c’è u controesempio. Infinite saranno le pratiche scorrette e infiniti i casi in cui l’agenzia si comporta in modo trasparente, inseguendo gli evasori cronici.
Più interessante, allora, è cercare di capire quale dinamica dominante sveli il caso di Equitalia.
Innanzitutto la solita deriva sul marketing più superfluo: nel 2007 il servizio tributario portava il nome, freddo e poco evocativo, di Riscossione S.p.a. E siccome il marketing non è altro che la lingua metaforica che la società s’è data per non dover sopportare l’idea esplicita che la vita di tutti si sia ridotta a una miserabile appendice del denaro, ecco il nuovo battesimo: l’ecumenico, pleonastico e intrinsecamente ingannevole “Equitalia”.
Perché ingannevole? Perché come accade in tutti i settori delle società avanzate lo scopo finale dell’istituzione non è più, oggi, quello di svolgere un servizio sulla base di leggi concepite sulla base del concetto classico, platoniano, di Legge come rappresentanza di un “bene superiore”, unico appiglio perché si possa sostenere che sia giusto, per l’individuo, obbedire alla legge in funzione del “meglio”.
Ma se nell’opera kafkiana la legge viene sapientemente rappresentata proprio per il suo principio d’indeterminatezza intuito da Kant nella Critica della ragion pratica, oggi questo principio d’indeterminatezza è sconfessato.
E’ evidente che la Legge è divenuta mistificazione, strumento d’imposizione, arma strategica nelle mani di chi ne possiede la gestione, non nel nome di un bene superiore appunto, ma per esigenze di bilancio. Lo scopo di Equitalia non è più sanzionatorio, ma è economico. Solo così si spiegano gli interessi moratori clamorosamente alti, i sequestri di beni sproporzionati, lo zelo operativo in controtendenza rispetto a un utilizzo nebuloso delle prassi burocratiche, la casistica delle “cartelle pazze” e molti altri comportamenti che conducono all’esasperazione. Si pensi, ad esempio, al caso delle multe. Ormai è chiaro a qualsiasi cittadino che il sistema delle multe non è più fondato su un meccanismo sanzionatorio, ma è solo uno strumento economico che i comuni utilizzano per la gestione dei rossi di bilancio. E si pensi, ancora, al caso di molti bandi per l’erogazione di denaro pubblico; bandi che vengono creati su misura, come un vestito, sulla base delle caratteristiche dei soggetti che ne dovranno beneficiare.
Naturalmente, in tutti questi casi, ci sarà sempre un evasore compulsivo, una macchina veramente parcheggiata in doppia fila, o un soggetto trasparente che riesce, attraverso sforzi immani, a raccogliere le briciole di un finanziamento partecipando regolarmente a un concorso pubblico. Sono casi “necessari” di continuità con il principio classico della legge che “fanno gioco”, che proteggono l’evidenza dell’impostura, che servono per instaurare il dubbio, che generano la canea, che dissimulano l’esercizio di certe forme di tirannia conservativa del potere. Ma le dinamiche dominanti, sono purtroppo chiare, perché come accade spesso il problema è strutturale.
La realtà ha superato perfino Kafka.
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