
Manovre per ottenere appalti: in manette tre imprenditori calabresi e uno abruzzese
(in foto: ponteggi nel centro storico dell'Aquila)
Finora si era parlato di allarme infiltrazioni nel cantiere
più grande d’Europa, di guardia alta delle istituzioni e indagini preventive.
Oggi la procura distrettuale antimafia dell’Aquila ha messo a segno il primo
colpo ufficiale contro le mafie interessate al grande affare della ricostruzione
post terremoto: quattro persone sono state arrestate all’alba con l’accusa di
aver assicurato le basi logistiche e societarie per l’ingresso nei milionari
appalti privati, quelli senza gara e senza l’obbligo dei certificati antimafia,
di aziende vicine alla ’ndrangheta. Sono i primi arresti, gli ordini sono stati
formati dal Gip, Maco Billi, per concorso esterno in associazione a delinquere
di stampo mafioso. Polizia e guardia di finanza che hanno lavorato
congiuntamente alle indagini hanno messo le manette ai polsi di imprenditori
legati alla cosca Caridi-Zincato-Borghetto: si tratta del 34enne aquilano
Stefano Biasini, Antonino Vincenzo Valenti (45), nato e residente a Reggio
Calabria, il fratello Massimo Maria Valenti (38), nato a Reggio Calabria e
residente all’Aquila, e Francesco Ielo (58), nato a Reggio Calabria e residente
ad Albenga (Savona).
L’operazione denominata «Lypas» dal nome da una delle aziende di costruzione in odore di ’ndrangheta ha portato al sequestro delle quote di quattro società, di otto automezzi, cinque immobili, 25 rapporti bancari, riconducibili agli indagati e alle attività commerciali a loro facenti capo. Il valore complessivo è di oltre un milione di euro. Nel corso di una conferenza stampa il procuratore distrettuale antimafia dell’Aquila, Alfredo Rossini, nel rilanciare l’allarme infiltrazioni mafiose, ha sottolineato l’importanza dell’operazione: intorno a lui, tra gli altri, il suo sostituto Fabio Picuti, il prefetto dell’Aquila, Giovanni Iurato, il questore, Francesco Cecere, e il comandante provinciale della Guardia di Finanza, Giovanni Domenico Castrignanò. Tutti hanno sottolineato la preziosa sinergia tra istituzioni, autorità giudiziaria e forze dell’ordine.
L’operazione denominata «Lypas» dal nome da una delle aziende di costruzione in odore di ’ndrangheta ha portato al sequestro delle quote di quattro società, di otto automezzi, cinque immobili, 25 rapporti bancari, riconducibili agli indagati e alle attività commerciali a loro facenti capo. Il valore complessivo è di oltre un milione di euro. Nel corso di una conferenza stampa il procuratore distrettuale antimafia dell’Aquila, Alfredo Rossini, nel rilanciare l’allarme infiltrazioni mafiose, ha sottolineato l’importanza dell’operazione: intorno a lui, tra gli altri, il suo sostituto Fabio Picuti, il prefetto dell’Aquila, Giovanni Iurato, il questore, Francesco Cecere, e il comandante provinciale della Guardia di Finanza, Giovanni Domenico Castrignanò. Tutti hanno sottolineato la preziosa sinergia tra istituzioni, autorità giudiziaria e forze dell’ordine.
Le indagini sono partite due
anni fa, poi sono state rafforzate dalla operazione «Alta Tensione» della
Procura di Reggio Calabria che ha portato all’arresto di numerose persone, tra
cui il boss Santo Giovanni Caridi, sul conto del quale tra l’altro sono emersi
collegamenti con società aquilane impegnate nella ricostruzione. Riguardo la
vicenda odierna, è emerso che il commercialista del boss aveva acquistato il 50%
della società di costruzioni «Tesi srl», di proprietà di uno dei quattro
arrestati, Stefano Biasini. Secondo l’accusa, Caridi si sarebbe inserito nella
ricostruzione attraverso Biasini, con la mediazione degli altre tre arrestati.
Gli appalti ai quali le società in odore di ’ndrangheta avevano partecipato sono
due, con un fatturato complessivo di circa 200 mila euro perchè relativi a case
con danni lievi. Erano in trattative, secondo quanto si è appreso, per un’altra
quindicina di commesse sempre nella ricostruzione, questa volta di valore più
alto perchè legato alle case più danneggiate dal sisma, quella classificate
E.

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