Non è semplice dare una definizione alla famiglia se consideriamo il contesto sociale e storico in cui è inserita. Le dinamiche familiari sono legate inevitabilmente alla realtà sociale, segnata continuamente da mutamenti. Di conseguenza, attualmente, forse più del passato, la famiglia costituisce una realtà particolarmente complessa, ma nel contempo non si può negare l’importanza notevole che la famiglia possiede, non solo come istituzione educativa ma anche come fattore determinante sul processo di sviluppo e sull’equilibrio emotivo di un figlio.
Per salvaguardare il sano sviluppo e la salute mentale di un figlio è necessario innanzitutto che la famiglia sia in grado di garantire, a partire dai primi anni di vita del bambino, continue attenzioni, sicurezza e protezione, quindi un clima affettuoso, un rapporto intimo e dotato di calore, tale da coinvolgere nella relazione entrambi i genitori (Bowlby, 1979); privazioni e fallimenti nell’ambiente familiare, in questo senso, possono disturbare il normale equilibrio di crescita di un figlio e provocare in casi estremi effetti disastrosi sul suo sviluppo emotivo, che indubbiamente si ripercuoteranno negativamente anche nello sviluppo successivo.
L’amore è il “nutrimento” ideale per vivere e sopravvivere, e ciò a maggior ragione per il bambino, sin dalla sua nascita, in quanto deve imparare a conoscere sé stesso e il mondo in cui è immerso: in famiglia il bambino acquisisce quei modelli di interazione sociale che influenzeranno la sua vita presente e futura. La funzione della famiglia come centro di affetti, tuttavia, non si esaurisce nei primi anni di vita di un individuo, ma è presente lungo tutto l’arco della sua esistenza, protagonista dell’intera avventura umana.
La famiglia, infatti, è quella istituzione educativa naturale che getta le basi dell’umanità: alleva e educa i figli per consentire loro di realizzare la propria pienezza umana nell’ordine delle possibilità che sono loro relative. Essa ha in tutti i tempi svolto questo compito, ha assunto questa responsabilità, e come di volta in volta le è stato possibile, ha adeguato e adempiuto la sua funzione ai fini naturali che scaturicono dalla stessa composizione. Il bimbo che vive nell’ambiente familiare un clima spontaneo come somma di caratteri, di elementi, di temperamenti, di qualità morali, di idealità e atteggiamenti, assorbe tutti questi motivi come una spugna, e tali elementi agiscono sul fanciullo in modo determinante poiché vanno a configurare la sua umanità e la sua nascente vita psicologica.
Sulla base di queste premesse, è quindi necessario che una famiglia si basi su una certa stabilità affettiva, su pilastri solidi quali l’amore, la comprensione, la dedizione incondizionata e senza secondi fini, e l’accettazione reciproca, nonostante i difetti di ognuno. Come afferma Stern, la famiglia rappresenta quel contesto privilegiato dove è possibile appagare il proprio bisogno di stare insieme, il proprio bisogno di “sentirsi parte di un Noi” (Stern, 1977); l’atmosfera familiare è quindi un’atmosfera di natura emotivo-sentimentale. Essa è la prima autentica generatrice del processo educativo, la sola istituzione naturale dell’educazione. La responsabilità della famiglia è enorme poiché in essa, per il complesso delle azioni e delle interazioni, si va ad improntare ed avviare quel processo educativo che nel suo sviluppo e nel suo compimento, andrà a determinare la fisionomia dell’uomo maturo (Chionna, 2001).
Ricordiamo, inoltre, che la famiglia è agenzia di socializzazione primaria. Al suo interno difatti, attraverso processi di identificazione con i modelli di relazione veicolati dalle figure genitoriali, il bambino sviluppa i primi legami, interiorizza i primi valori, le prime norme e regole della vita sociale, e fissa gli elementi basilari della propria personalità.
Il risultato della socializzazione e il formarsi di una personalità adulta ed equilibrata dipende molto dalla corretta interiorizzazione di norme sociali e di regole di condotta, di limiti e anche di divieti, dalla capacità dell’individuo di non trasgredire ma di rispettare e attenersi ai modelli di moralità, socialità, e stile di comportamento che la società dispone. In questa cornice la famiglia agisce come mediatore fra la società e l’individuo.
La famiglia, come accennato nella parte iniziale, ha subito nel tempo alcuni cambiamenti nella sua struttura parallelamente ai cambiamenti storico-sociali: si è progressivamente dissolta la famiglia “patriarcale”, basata sul concetto e sul mito dell’autorità paterna, laddove i vincoli di parentela si sono allentati. Si è passati da una centralità nell’educazione dei figli, delle funzioni strumentali della famiglia tradizionale legate alla trasmissione dell’eredità culturale, sociale ed economica, a un’importanza sempre maggiore delle funzioni espressive, incentrate sul ruolo delle componenti squisitamente affettive e relazionali. Non a caso nella società attuale Corsi ha parlato di “democrazia familiare”, una conquista importante all’interno dei modelli pedagogici. Democrazia perché, essendo la famiglia un sistema unitario di legami reciproci e di formazione di personalità, è bene che la dinamica democratica tra i coniugi sia premessa e condizione del loro rapporto “democratico” verso i propri figli, eliminando in questo modo ogni forma di autoritarismo o, all’opposto, di permissivismo (Corsi, Sani, 2004).
Si è verificato, inoltre, un passaggio epocale dalla famiglia tradizionale “allargata” (costituita da un aggregato parentale esteso) alla moderna famiglia “coniugale” o “nucleare”. Questa seconda tipologia familiare, ridotta nel numero dei suoi membri, sembra più concentrata e immersa nello svolgimento dei compiti legati alla sfera affettiva e relazionale. E in larga diffusione sono anche i nuovi modi di fare famiglia: unioni di fatto o situazioni familiari sempre meno istituzionalizzate, con il prevalere di famiglie monogenitoriali e ricostituite.
Con l’avvento della società industriale per la famiglia si verifica una progressiva “soggettivizzazione”, che si rende tangibile in una trasformazione dei rapporti interpersonali tra moglie e marito e tra genitori e figli. All’interno della famiglia emerge una relazionalità espressiva, come forma di amore che presuppone il coinvolgimento di entrambi i coniugi in una posizione paritaria.
Dunque l’autorità all’interno del contesto familiare, intesa come subordinazione consensuale, dal lato del subordinato, la moglie, o come facoltà riconosciuta di dare comandi, dal lato del sovraordinato, il marito, viene meno a causa del progressivo imporsi dell’affettività come elemento collante della relazione, sia fra uomo e donna che tra genitori e figli. Oltre alle funzioni biologiche riproduttive, e quelle psicologiche-affettive in seno alla maturazione della personalità individuale, la famiglia di oggi incorpora e si assume la responsabilità anche di una funzione sociale (assunzione dei ruoli sociali), economica (gestione del budget familiare in termini di consumo, risparmio, investimento), e culturale (funzione di integrazione culturale e simbolica svolta).
Per quel che riguarda le famiglie contemporanee, la sua struttura relazionale tipica caratterizzata da una forte dipendenza dei figli dai genitori, è un elemento che fa di questi ultimi un nucleo fondamentale e insostituibile ai fini dell’assolvimento della funzione di cura dei loro figli. L’identità familiare si fonda sulla centralità dell’atto educativo come disposizione all’interno della quale si concretizza lo scambio relazionale e comunicativo fra le generazioni. Di tale identità è parte sia la reciprocità, come incontro con l’altro, sia l’asimmetria, riconducibile alla diverse età, esperienze e patrimoni culturali posseduti.
La centralità del bambino nella famiglia è determinata, d’altronde, dalla pianificazione delle nascite e dalla decisione da parte dei genitori di mettere al mondo un figlio come scelta consapevole. L’attesa di un bambino rappresenta un periodo di grande trasformazione per entrambi i genitori: un passaggio dalla condizione di figli a quella di madre e padre. Tale cambiamento è più profondo nella donna, la quale oggi tende a realizzare sé stessa prima nella carriera lavorativa e successivamente nella sfera personale; in alcuni casi invece è la precarietà degli affetti e l’instabilità della coppia che induce a sospendere momentaneamente il desiderio di maternità per dargli voce e corpo in un momento più sereno, in cui entrambi i genitori si riconoscono più presenti e responsabili.
Stabilità affettiva, sicurezza economica, realizzazione personale sono certezze, dunque, che attualmente si cerca di raggiungere prima di mettere al mondo figli.
La famiglia è un’istituzione universale. In tutte le società esistono gruppi sociali formati da genitori e figli, anche se con notevoli variazioni nella forma e nell’entità numerica. Alcune società sono caratterizzate da famiglie estese composte da due o più gruppi di genitori, in altri casi le famiglie formano unità indipendenti più piccole.
Anche il matrimonio è un’istituzione universale. Le usanze matrimoniali e familiari non sono uguali in tutte le società: esiste una notevole variabilità nel modo in cui ci si sposa, nel numero e nelle caratteristiche di coloro che si possono sposare. L’unico criterio universale riguardante il matrimonio è il divieto di unirsi con i genitori, con i fratelli e con le sorelle.
Il matrimonio rappresenta l’unione sessuale ed economica, approvata socialmente, tra un uomo e una donna. Sia la coppia, sia gli altri componenti della società, accettano che questa unione sia più o meno stabile e che implichi una serie di diritti e di doveri tra i due coniugi, e tra questi ultimi e i futuri figli; ciò è collegato con il problema della legittimità o “diritti della condizione di nascita ai figli”. Secondo Malinowski, infatti, “il matrimonio è la legittimazione della paternità/maternità” (cit. in Harris,1990).
Ed è proprio questa legittimazione che darebbe una maggiore stabilità all’unione coniugale e per quanto questa possa venire sciolta dal divorzio, tutte le società hanno un approccio iniziale con il matrimonio perchè implica un’idea più o meno radicata di stabilità.
Un elemento implicito nel matrimonio sono i diritti e doveri reciproci che riguardano le questioni della proprietà, della gestione finanziaria e della cura dei figli. “Il matrimonio esiste solo quando l’economico e il sessuale sono uniti in una sola relazione e questa combinazione esiste soltanto nel matrimonio” (Ember C.R. e M., 1998).
È stato già citato come la famiglia è una delle istituzioni più sensibili ai numerosi mutamenti sociali in quanto essa è figlia della società in cui viviamo e non può restare immutata di fronte ad una società in continuo cambiamento. Già dalla metà degli anni cinquanta compaiono i primi sentori di discontinuità all'interno dei comportamenti familiari. Possiamo ricordare alcuni mutamenti della famiglia, che ne hanno influenzato sia le relazioni interne che le sue transizioni tipiche: l'aumento della fragilità coniugale resa evidente, sia per effetto della diminuzione dei matrimoni (il periodo definibile come “epoca d'oro del matrimonio” è stato un momento piuttosto breve, circa un secolo, dal 1870 al 1970) che per l'aumento delle unioni libere e delle separazioni. Se è vero che si investe ancora oggi molto nel rapporto di coppia, è anche vero che la coppia rimette in discussione il contratto precedentemente stabilito, scegliendo giorno dopo giorno se confermare o annullare la propria presenza sulla scena familiare.
Nella vita di coppia, oggi come ieri, si cerca la stabilità e l’amore, tuttavia accanto a questi viene quasi sempre più affiancandosi una nuova aspettativa ed un nuovo bisogno, quello di poter crescere ed autorealizzarsi come persona. Quando una coppia incomincia a vedere nell’altro un limite alla propria libertà, allora il progetto comune svanisce, ponendo fine alla vita di coppia, attraverso lo scioglimento del vincolo matrimoniale.
Più raramente succede anche che siano proprio i figli ad essere “causa” di separazione o divorzio coniugale. Infatti, l’ingresso di un nuovo membro implica un’ampia trasformazione che sicuramente rappresenta l’inizio di una nuova storia generazionale.
La diade coniugale allarga i propri confini e diventa triade familiare, in questo modo i membri della coppia stabiliscono un legame irreversibile, quello genitoriale. La capacità dei neogenitori di far fronte a questo cambiamento è connessa a quelli che sono i compiti evolutivi che si articolano su tre livelli:
- a livello coniugale è necessario ridefinire la relazione e le modalità comunicative, imparare a percepirsi e ad interagire non più solo come coppia, ma anche come madre e padre e stabilire confini chiari tra il sistema coniugale e quello genitoriale. I coniugi possono sentire accrescere il senso di competenza e fiducia reciproca, ed il loro legame può acquisire una maggiore complessità e stabilità. Studi clinici e sperimentali evidenziano come la relazione coniugale influenzi e sia influenzata dall’asse genitoriale: un buon rapporto tra i coniugi sarà in grado di garantire un clima familiare adeguato per la crescita del figlio, contrariamente a situazioni problematiche della coppia che rischiano di essere proiettate sul bambino;
- a livello genitoriale i compiti implicano la creazione di uno spazio, sia fisico sia psicologico per il bambino. I neogenitori si devono prendere cura del bambino fornendogli un modello di attaccamento affettivo ed educativo adeguato (Scabini, 1995). Dagli studi sull’attaccamento, si evince quanto siano rilevanti le esperienze dei primi anni di vita per la costruzione del legame, ma anche e più in generale per lo sviluppo sano del bambino. Altrettanto importante è la condivisione tra i genitori dell’atteggiamento educativo e normativo per non creare confusione nel figlio. Una buona relazione genitore-figlio garantisce lo sviluppo di rappresentazioni mentali di sé e degli altri sufficientemente positive che consentiranno al bambino, e in seguito all’adulto, di esplorare e rapportarsi all’ambiente esterno e alla famiglia in modo adeguato;
- come figli, i nuovi genitori devono rinegoziare relazioni più paritarie, con la generazione precedente. Il nuovo arrivato permette un riavvicinamento alla famiglia allargata e al tempo stesso permette la ridefinizione di ruoli e funzioni: i nonni solitamente collaborano alla crescita dei nipoti riconoscendo la nuova genitorialità dei figli.
Nella società odierna, così complessa e in rapido sviluppo, il ruolo genitoriale è caricato di grosse aspettative e pressioni, e proprio per questo i membri della coppia vanno sostenuti nell’affrontare i compiti evolutivi: si tratta di una fase nuova e delicata in cui è facile per i genitori entrare in crisi e provocare la disgregazione della famiglia.
Oggi per tante situazioni si giunge con più facilità al divorzio, ormai da tanti anni riconosciuto dalla legge italiana, la quale tuttavia non è l’unica ad essere chiamata in causa. Il divorzio, infatti, oggi non è più una sola prerogativa giurisprudenziale, poiché accanto ad un percorso legale, vi è anche un processo psicosociale molto complesso. Uno dei primi studiosi ad occuparsi della complessità psicologica e sociale del divorzio, fu lo psicologo Bohannan, il quale mise in evidenza varie dimensioni della vicenda esistenziale che accompagna la separazione coniugale, processo in cui il coniuge deve elaborare interiormente l’accaduto per riorganizzare la propria vita e le proprie relazioni familiari future.
Questo evento, nella sua complessità pone un termine, la fine del patto coniugale, e paradossalmente mantiene intatto un legame, quello genitoriale, indissolubile nel tempo. A questo proposito Scabini e Cigoli (2000) sostengono come sia importante nel divorzio affrontare la fine del patto salvando il legame. Ciò implica che i coniugi mantengano una relazione in modo maturo e costruttivo, soprattutto per il bene dei propri figli, essere in grado quindi di proteggere e valorizzare tutto ciò che di positivo si è costruito nel legame, nonostante il fallimento: compito certamente non facile in quanto presuppone il superamento del processo dinamico legato al divorzio, con la consapevolezza delle cause che hanno portato al fallimento.
Tutto questo chiaramente comporta un lavoro non indifferente a livello psicologico, di revisione e ricostruzione delle vicende del rapporto di coppia, delle aspettative nei confronti dell’altro, dei propri comportamenti errati, fase faticosa e delicata in cui a volte è necessario il supporto della mediazione familiare, della psicoterapia, etc. E’ facile difatti constatare come negli svariati tentativi di recuperare la relazione, gli ex coniugi vanno dal conflitto, al tagliare completamente i rapporti, al mantenere un rapporto di amicizia, o al provare gelosia uno dell’altro o, a volte, anche ad una occasionale ripresa dei rapporti sessuali.
Mantenere, dunque, ciò che è stato costruito nella famiglia è una prospettiva pedagogica che, nonostante la sofferenza per la separazione, salvaguarda per i figli il diritto a un atteggiamento educativo, responsabile, e duraturo da parte dei genitori (Gambini, 2007).
Il problema della separazione e/o il divorzio non riguarda solo i coniugi ma anche e soprattutto i figli. L’elemento probabilmente più allarmante è il fatto che molte coppie si separano anche dai figli oltre che da coniuge, dimenticandosi spesso dei loro compiti genitoriali. Possiamo quindi ipotizzare anche un “divorzio dai figli”, specialmente laddove la conflittualità genitoriale permane e gli ex coniugi non riescono ad accordasi, non solo sull’educazione dei figli, ma anche su quelli che potrebbero essere i loro interessi. I figli non possono restare in disparte e partecipano direttamente e indirettamente alle liti dei genitori, spesso con conseguenze anche gravi sotto il profilo psicologico: sono i soggetti che corrono maggiori rischi nelle relazioni sociali, nell’ambito scolastico, nella sfera emotiva, nonché di salute fisica.
È necessario, dal punto di vista della relazione affettiva, attuare un “aggiornamento” dei Modelli Operativi Interni all’interno della relazione di coppia, al fine di incorporare informazioni su sé stessi e sulla relazione. Più si riesce a inglobare le nuove informazioni acquisite, più i Modelli Operativi Interni risultano “accurati”, al contrario quando le informazioni vengono ignorate, rifiutate o negate, questi modelli diventano imprecisi. I modelli interni aggiornati consentono di avere aspettative sul partner e mettere in atto strategie efficaci per relazionarsi con il coniuge (Cassibba, 2003). Sulla base di questa premessa, una volta che i due familiari riescono a comprendersi e a sostenersi reciprocamente, saranno in grado di prendersi cura anche dei figli, punto di fondamentale importanza in quanto i figli, specie se sono molto piccoli, hanno bisogno di sentire che le relazioni tra gli adulti siano sufficientemente collaborative al punto da garantire loro le cure necessarie in ogni momento.
Una base familiare sicura viene definita come “una famiglia che fornisce una rete affidabile di relazioni di attaccamento che consentono a tutti i membri della famiglia e a qualsiasi età di sentirsi abbastanza sicuri da spingersi a esplorare le relazioni che vi sono tra di loro e quello che hanno instaurato all’esterno della famiglia” (Byng-Hall, 1998). Quest’ultimo concetto mette in evidenza la responsabilità che la famiglia deve assumersi, in momento in cui un qualsiasi componente abbia bisogno di aiuto.
La situazione cambia quando c’e di mezzo la separazione dei coniugi.
Tutti i bambini sono profondamente turbati dalla separazione iniziale (pare che i maschi tendano ad essere più infelici delle femmine) e non ne traggono alcun sollievo, ad eccezione di quelli che subiscono violenza dai genitori.
Ogni età del bambino rappresenta caratteristiche di sviluppo e problematiche di cui è necessario tener conto già in situazione di normalità di rapporti; in caso di conflitto, rottura o separazione, tale principio deve essere maggiormente rispettato e applicato.
Nella vita psichica dei minori, le conseguenze degli stati di crisi e di rottura, variano in funzione della fase di sviluppo, oltre che dell’ampiezza del conflitto e della sua espressione attraverso i genitori. A tal proposito, viene sottolineata ancora una volta, l’importanza di una comunicazione adeguata allo sviluppo del bambino, da parte dei genitori, per fargli capire che essi possono separarsi ma che lui non ha motivo di sentirsi in colpa o abbandonato.
Dopo una separazione o un divorzio è frequente che i figli mostrino cambiamenti nel quadro comportamentale (svogliatezza, aggressività, difficoltà a rapportarsi con gli altri, ecc.) ed emozionale (tristezza, rabbia, paura, vergogna, ecc.) oppure possiamo riscontrare disturbi nel sonno, dell’apprendimento, dell’alimentazione, o di altre sfere della condotta. In ogni caso, gli studi effettuati in questo ambito indicano che i figli reagiscono in modi diversi alla separazione dei genitori: alcuni si mostrano da subito capaci di fronteggiare la situazione, e trovano un buon equilibrio psicologico; altri sperimentano un periodo iniziale di difficoltà, che può durare anche 2-3 anni, ma poi raggiungono il loro equilibrio; altri ancora, invece, a distanza di molti anni stentano ad adattarsi alla nuova situazione.
I fattori che maggiormente influenzano la reazione dei figli alla separazione dei genitori sono:
- l’età;
- il temperamento;
- la capacità di recuperare un proprio equilibrio dopo le avversità (resilienza);
- la qualità del rapporto che ciascun genitore intrattiene col figlio e con il coniuge;
- il sostegno sociale che si riceve dagli altri membri della famiglia, dalla scuola o dai coetanei.
Le famiglie vivono in una condizione di perenne cambiamento, eppure non esiste rivoluzione piu grande della separazione e del divorzio, in quanto un assenza di equilibrio richiede, per il bene dei figli, nuovi processi di adattamento.
Per quanto riguarda gli effetti della separazione sui bambini si deduce quanto segue:
- il divorzio è un processo prolungato e stancante che si ripercuote sui figli per anni: inizia con le discussioni dei genitori e finisce con la separazione legale della coppia. Le reazioni dei figli può variare nel tempo per cui non bisogna generalizzare i comportamenti dei bambini;
- la maggior parte dei bambini sperimenta problemi nei mesi successivi al divorzio, problemi che compaiono sotto diverse forme e dipendono dall’età del bambino. Nessuna età è piu vulnerabile di altre: le differenze che si riscontrano sono qualitative;
- è 2-3 volte più probabile che si manifesti in queste situazioni una forma grave di disadattamento. Tuttavia questo dato si riscontra in piccole percentuali;
- la maggior parte dei bambini mostrano “elasticità” in questi casi: i più piccoli sono capaci di adattarsi a una vasta gamma di nuove circostanze familiari. In alcuni casi però problemi che erano scomparsi riemergono specialmente nell’adolescenza oppure assumono una nuova forma, come per es. la delinquenza;
- il processo di adattamento del bambino è influenzato da diversi fattori: l’età, sesso, tipo di relazione precedente con ognuno dei genitori, qualità di vita della famiglia monogenitoriale, il successivo matrimonio dei genitori con altri partner etc.
- in età adulta i figli di genitori divorziati hanno maggiori probabilità di soffrire di problemi psicologici, come per es. la depressione, e di ripetere l’esperienza del divorzio nella loro vita coniugale. Ciò accade comunque solo nella minoranza dei casi.
I bambini in età prescolare tendono facilmente ad attribuirsi responsabilità per la separazione, mentre i bambini tra 6 e 8 anni d’età sono in grado di comprendere concretamente le problematiche relative alla separazione, ed in genere si sforzano di mantenere buoni legami con entrambi i genitori; invece, i bambini d’età compresa tra i 9 e gli 11 anni sono inclini a schierarsi con uno dei due genitori, ed a mostrare aperto disaccordo o aggressività nei confronti dell’altro genitore.
Gli adolescenti, che normalmente attraversano una fase critica della loro vita, se esposti ad una forte conflittualità tra i genitori, possono reagire reprimendo l’espressione dei propri sentimenti, rinviando le scelte personali o assumendosi responsabilità che non ci sono, arrivando talvolta a pagare un prezzo elevato pur di garantire il benessere dei genitori.
Gli aspetti del divorzio che generano principalmente conseguenze sono:
- l’assenza di uno dei due genitori (generalmente il padre)
- conseguenze socio-economiche nella famiglia divenuta monogenitoriale
- il conflitto tra i genitori, di cui spesso il bambino è testimone.
L’influenza che può avere il conflitto genitoriale sul bambino è principalmente di 2 tipi:
- diretta: quando il bambino è testimone di una violenza fisica e/o verbale. I bambini molto piccoli sono molto sensibili alle emozioni altrui, e anche alle manifestazioni di rabbia, che se diventano costanti all’interno dell’ambiente familiare possono diventare pericolose per il bambino a livello psicologico.
- indiretta: si tratta dell’incapacità genitoriale dovuta principalmente ai conflitti tra i coniugi, e di cui il bambino risente dal punto di vista dell’adattamento. Da alcuni studi è emerso che quanto più gravi sono le difficoltà tra i genitori, tanto più difficile sarà per loro prendersi cura dei figli.
Alla luce di tutto ciò si può concludere che è proprio il funzionamento familiare, più che la struttura della famiglia, l’elemento responsabile dell’adattamento dei bambini in queste delicate situazioni. Gli effetti possono essere di qualunque tipo a seconda dei casi, e a breve o lungo termine, ma sostanzialmente è la qualità dell’ambiente familiare a produrre conseguenze decisive e persistenti. Questo è dimostrato anche dal fatto che, per esempio, la perdita di un genitore non in circostanze di separazione ma di morte, non produce gli stessi effetti negativi sull’aspetto psicologico dei figli. Sono indubbiamente situazioni differenti e molto dipende da come il minore vive la situazione all’interno dell’ambiente familiare e dalla sua sensibilità (Schaffer, 2005).
L’affido familiare condiviso.
L’affidamento dei figli è un concetto misterioso con il quale i genitori separandi vengono a scontrarsi proprio nel momento delle difficili decisioni sulle condizioni di separazione. Quello che era il normale rapporto con i propri figli, l’organizzazione quotidiana delle loro attività e le decisioni ordinarie o di un certo rilievo, vengono inquadrate in questo ambito.
Il delicato problema dell’affido dei figli minori naturali o legittimi in sede di separazione e di divorzio, è stato recentemente affrontato dalla legge 8 febbraio 2006, n. 54, che pone quale principio cardine la regola dell’affidamento condiviso. Con l'affidamento condiviso l'esercizio della potestà genitoriale viene attribuita ad entrambi i genitori separati. Le decisioni che riguardano i figli devono quindi essere raggiunte di comune accordo tra i genitori, tenendo sempre conto, come specifica la legge, di quali sono le esigenze e le aspirazioni dei figli.
In caso di disaccordo tra i genitori separati è necessario rivolgersi al giudice con conseguenti costi e lentezze burocratiche.
Si tratta di una regola con un forte valore simbolico che sostituisce al principio della monogenitorialità quello della bigenitorialità, puntando l’attenzione sul ruolo paritario di entrambi i coniugi nell’impegnarsi a predisporre e attuare un programma concordato per l’educazione, la formazione, la cura e la gestione della prole, nel rispetto delle esigenze e delle richieste dei minori. Prima del 2006 la logica alla base delle norme sulla separazione era quella che i bambini fossero di regola affidati al genitore con il quale coabitavano: tale genitore (spesso la madre) poteva autonomamente prendere tutte le decisioni, sia quotidiane che anche di un certo rilievo, relative ai figli. Doveva consultarsi con l’altro coniuge solo per decisioni di un certo peso e rilievo, quindi per questioni determinanti nella vita dei figli minori.
L’affidamento congiunto era comunque previsto, ma era una soluzione residuale, da lasciare a coppie che avevano mantenuto una tale armonia di rapporti da rendere praticabile questa soluzione.
In seguito le nuove generazioni di giudici delle sezioni famiglia, hanno iniziato nei fatti a promuovere sempre più l’affidamento condiviso, perchè si è capito che poteva essere una soluzione più serena per i figli e al tempo stesso un modo per coinvolgere il genitore non coabitante con i figli nella loro quotidianità.
Pertanto, con la riforma del 2006, i genitori possono essere entrambi affidatari dei figli, con uno dei due coabitante. Questo significa che ognuno può gestire in autonomia la quotidianità dei figli, ma ogni decisione dovrebbe comunque essere concordata.
L’affidamento condiviso dovrebbe consistere in:
- responsabilizzazione congiunta;
- attuazione comune del progetto per l’educazione, l’istruzione, la cura dei figli;
- condivisione delle decisioni più importanti.
Spesso però accade che, per una coppia che spesso non riesce più a comunicare neanche delle cose più elementari, l’affidamento condiviso diventa uno strumento di difficile applicazione: spesso è disatteso, rimane solo una frase vuota di significato nelle condizioni di separazione ed il genitore non coabitante continua a partecipare poco alle decisioni sui figli.
Questo tipo di soluzione, invece, dovrebbe riuscire anche da monito per il genitore che avesse la tentazione di instaurare un braccio di ferro fondato sul permesso o il divieto di vedere i bambini.
Per tutto ciò che riguarda il minore e le sue reazioni alla separazione dei genitori, è chiaro innanzitutto che ogni bambino si adatta alla trasformazione della propria famiglia. Pertanto, se la trasformazione familiare passa dalla famiglia unita a quella separata, accadono conseguenze diverse: da alcuni studi è emerso che i maschietti generalmente rispondono con aggressività e le femminuccie con l’interiorizzare l’accaduto. Successivamente, si ha maggiore stabilizzazione nel bambino, e maggiore manifestazione aggressiva nella bambina, verso la parte genitoriale che più la tocca. Il temperamento dei figli gioca anche un considerevole ruolo: essi possono reggere più o meno agevolmente una situazione di disagio per il disaccordo dei genitori, possono avere difficoltà d’adattamento nel futuro, sviluppare mediocremente la propria intelligenza, acquisire con difficoltà la propria autonomia, un proprio controllo interiore e una appropriata stima di se stessi.
In ogni caso, quando vi è un considerevole e frequente conflitto nella coppia genitoriale, l’adattamento dei figli risulta sempre difficile.
Ciò è dato soprattutto dalla cattiva comunicazione dei due genitori, alla mancata cooperazione tra loro e non troppo raramente al comportamento proveniente dalla storia familiare di ciascuno dei genitori.
Dal conflitto nascono stress, depressione e comportamenti inadeguati, per cui i figli si incamminano verso devianze varie, se non imparano a proprie spese a convivere con i conflitti che portano alla separazione.
I figli durante le manifestazioni di conflitto accumulano parecchie spinte negative e la separazione dei genitori funzionerà da elemento rinforzante del disagio e della mancanza orientativa, attraverso la quale passeranno.
Con la separazione possono continuare gli stress. Ad essa si possono aggiungere altri elementi di deprivazione e i bambini restano sempre più scoperti dall’ambigua incidenza del ruolo paterno e materno. Essi possono, a questo punto, manifestare sintomi psicosomatici, indicativi del loro malessere psicologico. Se, invece, dopo la separazione i conflitti non continuano, il comportamento dei figli è di maggiore rendimento ed equilibrio.
Può, ancora, incidere l’atteggiamento del genitore separato: chi si separa facilmente di solito perde la stima di sé perché si allontana dal partner o perché viene allontanato. La mancanza d’autostima grava pesantemente sui figli, i quali non scorgono più nei loro genitori la sicurezza attraverso la quale si orientano. Il genitore in conflitto, separato ed anche lontano incide conseguentemente nel comportamento dei figli.
I bambini innanzi all’azione separatrice dei genitori hanno la necessità di superare la difficoltà. Ciò dipende molto dal livello di conflitto familiare e perciò il superamento potrebbe avere diverse caratteristiche.
Nonostante la separazione i figli hanno la necessità di mantenere i contatti con entrambi i genitori, ciascuno dei quali anche se mantenuto a distanza è sempre un punto di riferimento. Se questo contatto, anche se da lontano, viene a mancare, nelle figlie sorge nostalgia per il padre, e nei maschi insorge maggiore aggressività e aumento dei livelli delinquenziali. Se, invece, entrambi i genitori separati mantengono il contatto con loro i figli si sentono meno privi della gratificazione genitoriale, che essi si aspettano.
Il senso di distacco potrebbe aumentare se i genitori annunziano e convolano a nuove nozze. La differenziazione che devono compiere i figli tra i genitori biologici e genitori acquisiti porta loro nuovi disagi che si esplicitano nelle somatizzazioni di diverso genere.
Generalmente dopo qualche tempo la maggioranza dei figli si adatta alla situazione, mentre vi è una minoranza che ha ritardo di sviluppo mentale, e si apre a maggiori possibilità di patologie psicologiche serie.
I figli di genitori separati nella vita futura avranno una personalità insicura, successivamente, nel momento in cui dovranno realizzare una propria famiglia avranno timore di ricadere nelle stesse circostanze in cui si sono trovati i loro genitori (http://www.consultorio-famiglia.giovani.it).
Nel decennio tra il 1995 e il 2005 i dati Istat hanno evidenziato un’impennata dei divorzi e delle separazioni in Italia che sono poi cresciuti rispettivamente del 74% e del 57.3%. Questi dati ci fanno inevitabilmente riflettere su quanto il fenomeno della separazione sia diffuso e, di conseguenza, che i figli di coppie divorziate siano tanti, quasi quanto quelli di coppie sposate. Si è molto parlato delle conseguenze a breve termine del divorzio sui bambini e dei comportamenti che devono adottare i genitori al fine di far vivere ai figli l’evento nelle modalità meno traumatiche.
Alla fine degli anni ottanta lo psicologo americano Hetherington ha evidenziato che i figli possono uscire dall’esperienza della separazione genitoriale come “vincitori, perdenti o sopravvissuti”: questo esito dipende non tanto dall’evento “divorzio” in se, quanto piuttosto da tutte quelle variabili che influenzano l’adattamento della famiglia alla separazione di cui citato prima.
La possibilità di poter continuare ad avere rapporti significativi con entrambi i genitori rassicura il figlio sul fatto che non sarà abbandonato e salvaguarda la possibilità di avere a disposizione più modelli adulti possibilmente positivi con cui confrontarsi e su cui costruire la propria identità e le future relazioni sentimentali.Altro elemento acquisito nella cultura attuale, è che la conflittualità aperta tra i genitori incide negativamente sullo sviluppo della personalità del bambino tanto che ormai è stato ampiamente dimostrato che è più dannosa per la salute mentale del figlio una famiglia integra ma conflittuale, rispetto a una situazione serena in una coppia genitoriale è separata/divorziata.
Il divorzio è oggi una realtà che di per se deve essere sdrammatizzata e per far questo, è fondamentale comprendere che la separazione, seppure rappresenti un momento di forte sconvolgimento per la famiglia, non la dissolve; crea piuttosto la necessità di stabilire una nuova organizzazione costruttiva dei rapporti e delle relazioni nel rispetto e nella tutela del benessere dei figli: tutto ciò che si “respira” nell’ambiente familiare ha più probabilità di essere poi, un domani, riprodotto. Pertanto, elementi come conflittualità, ipocrisia, finzione, assenza di comunicazione, sono per un figlio sicuramente più devastanti di un divorzio (“L’amore nei figli di genitori separati” in Rivista Familiaria, 2008).
Riferimenti Bibliografici:
BYNG HALL J., Rewriting family scripts, Guilford Press, New York ,1995; trad. it., Le trame della famiglia, Raffaello Cortina, Milano, 1998
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Sitografia:
www.mentesana.it
www.consultorio-famiglia.giovani.it

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