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sabato 20 novembre 2010

Serial Killer: I nuovi Mostri


In questi ultimi vent’anni il fenomeno dell’omicidio seriale ha subito un
vertiginoso incremento quantitativo e qualitativo, tanto che l’FBI ritiene di
poter stimare tra 50 e 500 i serial killer attualmente in circolazione negli
Stati Uniti , valutando attorno alle 3.500 all’anno le loro vittime.

Una tale oscillazione numerica non deriva da facili approssimazioni, ma
dall’impossibilità di calcolare l’esatta ampiezza del fenomeno per le obiettive
difficoltà insite nel reperimento di informazioni su assassini e vittime.

Colpendo in luoghi e tempi diversi, infatti, gli omicidi seriali sfuggono con
estrema facilità all’identificazione tempestiva da parte delle forze di polizia.
In Italia, recenti stime fanno risalire a 28 il numero di serial killer
individuati in 22 anni, più di uno all’anno, a 125 le loro vittime e 30 gli
omicidi rimasti ancora impuniti.

Nelle più recenti statistiche mondiali, relative alle nazioni più colpite da
questa forma di criminalità, L’Italia viene collocata al quinto posto dopo Stati
Uniti, Germania e Francia, ma negli ultimi tempi la stampa sembra attribuirle
addirittura il terzo posto.

Nonostante l’ampiezza di tale fenomeno, fino agli anni Ottanta nel nostro Paese
l’idea che si potesse uccidere senza altra motivazione che il denaro o la
passione, come avviene per i serial killer, è stata vigorosamente contrastata.

Si riteneva infatti che l’omicidio “per puro piacere” fosse una forma di reato a
noi decisamente estranea. Negli ultimi tempi le cose sono cambiate.

Le efferate vicende dei delitti imputati ai vari “mostri” nostrani (di Firenze,
Padova, Terrazze, ecc.) hanno talmente colpito l’immaginario collettivo da
mutare la percezione di estraneità dell’omicidio seriale finora dominante in
Italia.

La parola “mostro”, con tutto ciò che ad essa può ricollegarsi, è stata quella
che più ha connotato il cambiamento.

Chiediamoci: perché “ mostro” ?

Il serial Killer, in apparenza, non si distinguono da qualsiasi altro individuo
per ciò che concerne abitudini, comportamenti, aspetto.

Molti conducono una vita normale e tale da rendere assai complessa e difficile
la loro identificazione e cattura: spesso hanno una casa, una famiglia, una vita
sociale rispettabile, un lavoro regolare, tutte caratteristiche che li rendono,
a detta di vicini e conoscenti, ”insospettabili”.

In realtà l’approfondimento delle loro storie di vita evidenzia spesso la
coincidenza di traumi drammatici, quali abbandoni, maltrattamenti, sevizie
ripetute e abusi infantili, eventi che li hanno resi talmente fragili da indurli
a provare la più compiuta sensazione di piacere, efficacia personale e stima di
sé, solo attraverso l’omicidio ripetuto, in quanto atto che implica il totale
controllo della vita altrui e della propria.

Ressler, Burgess e Douglas, tre membri dell’FBI, hanno condotto, nel 1985, un
importante studio su 36 serial killer incarcerati, arrivando all’identificazione
di alcune caratteristiche salienti.

Gli autori riferiscono che i soggetti da loro studiati erano uomini di etnia
bianca (l’84% caucasico, il 16 % nero), con un’età che generalmente non superava
i 35 anni, che agivano isolati, per il puro bisogno e piacere di uccidere.
Questi individui erano generalmente vissuti in famiglie violente e
multiproblematiche, in cui erano stati trascurati o maltrattati dai propri
genitori, a livello sia fisico che psicologico.

Come conseguenza del forte senso di frustrazione e rabbia, avevano ben presto
manifestato comportamenti estremi, quali torture su animali e piromania,
isolamento e condotte antisociali di vaio tipo.

Maestri della menzogna e della manipolazione, questi individui non provano
rimorsi o sensi di colpa per i loro reati. Raramente avevano avviato e mantenuto
rapporti sentimentali ed accusavano gravi disfunzioni sessuali: il 44%
dichiarava di non aver mai avuto rapporti sessuali prima di aver cominciato ad
uccidere.

A causa delle loro esperienze infantili, questi omicidi seriali avevano
sviluppato un’intensa vita fantasmatica che, con il passare degli anni, era
diventata sempre più pressante.

Per lo più si trattava di fantasie monotematiche concernenti violenza,
aggressioni, dominio sugli altri, alimentare da un morboso interesse per la
pornografia e per i comportamenti sessuali sadici.

Elemento comune agli assassini seriali è un alto quoziente intellettivo. Già
negli anni Cinquanta il test Staford-Binet rivelava, in questi individui, valori
decisamente superiori alla media. Noti serial killer americani, come Bundy, Gacy
e Kemper hanno registrato un Q.I., rispettivamente, di 124, 118 e 136, mentre
quello della popolazione normale e non criminale, come è noto, rimane prossimo
al 100.

Anche Ressler, Burgess e Douglas hanno riportato, per alcuni dei loro soggetti,
un quoziente intellettivo che si avvicina a 110 di media, laddove quello dei
delinquenti comuni generalmente non supera il 93. Ma, nonostante questa
particolare dotazione intellettiva, i profitti scolastici di queste persone
erano stati complessivamente scarsi, così come era stata mediocre la loro vita
professionale e relazionale.

Nella maggioranza dei casi, l’omicida seriale arresta la sua furia omicida solo
se viene ucciso o catturato. Capita anche che si costituisca di propria
iniziativa. Una volta in carcere, confessa spesso in modo spontaneo, a volte
anche esagerando l’efferatezza dei propri delitti o attribuendosi un numero di
reati superiore a quelli realmente compiuti.

Le ragioni di tale comportamento possono essere ricercate nella volontà di
aumentare il proprio perverso prestigio e attrarre l’interesse dei media o, più
strumentalmente, ritardare i tempi del processo confessando, un po’ per volta, i
nomi di nuove vittime.

I serial killer sono prevalentemente di genere maschile (ma non sempre).

Le loro vittime sono quasi sempre persone estranee, vengono scelte
prevalentemente per il sesso (nel 65% dei casi sono donne), per la professione
(soprattutto prostitute), per l’età (bambini), o per altri elementi che
rivestono un’inconscia importanza psicologica per l’omicida. Ciò non significa
che il delitto avvenga al di fuori della consapevolezza e che lo stimolo omicida
non sia cosciente.

Tutt’altro: l’assassino seriale agisce sempre in modo determinato, spesso
lucido, quasi sempre seleziona preventivamente la vittima, sovente dispone di
una buona capacità organizzativa e di autocontrollo (non a caso la sua cattura è
sempre molto difficile).

Infine, le sue motivazioni ad uccidere non sono quasi mai conseguenza di un
evento specifico e contestualizzato (ad esempio, un fallimento economico o
altro), ma prevalentemente collegate a fantasie sadiche.

Definizione dei termini

-Omicidio o assassinio?

I termini “omicidio” e “assassinio” possono essere usati indifferentemente.
L’omicidio è un’uccisione, contraria alla legge, di un altro essere umano. Gli
animali non commettono omicidio; soltanto gli esseri umani possono farlo. Il
dott. Gorge Rusch, un eminente criminologo californiano (1997), definisce
l’assassinio semplicemente come ”un’ uccisione illegale”. La parola chiave di
questa definizione è illegale.

-Gradi di omicidio

Gli assassini sono spesso imputati di omicidio di primo grado o di secondo
grado. Qual è la differenza tra i due termini?

Nell’omicidio di 1°grado, l’uccisione deve essere completata dal criminale prima
dell’atto omicida in sé. Si ritiene quindi che l’imputazione di omicidio di
primo grado vada riservata a chi a mostrato la capacità di pianificare
l’uccisione. Un assassinio di questo tipo, in altre parole, non è un atto
spontaneo, bensì premeditato.

L’omicidio di 2°grado contiene invece l’elemento dell’intenzionalità, ma senza
premeditazione. Essa può essere di due tipi: esplicita ed implicita.

-Tipi di omicidio plurimo

Vi sono 3 tipi di omicidio plurimo:la strage, lo spree murder e l’omicidio
seriale.

Per strage, si intende l’uccisione di tre o più persone in una sola volta, e in
unico luogo. Vi sono dunque 3 componenti essenziali riferibili alla definizione.
Il primo elemento è di ordine numerico. Il numero di base delle vittime è quello
di tre.

La seconda componente è l’unità di tempo. In teoria, l’autore di una strage
uccide 3 o più persone in una sola volta e in uno stesso luogo. E ciò significa
che la persona commette tre o più assassini nel corso di un unico episodio di
violenza. Non è detto, però, che i fatti debbano sempre rispondere a questo
schema. Ad esempio, un criminale può accedere a un qualsiasi luogo frequentato,
privato o pubblico, ed uccidere due persone; poi tornare in strada, recarsi in
un altro punto dove si raccolga della folla e mietere un’altra vittima. L’unità
di tempo, in teoria ,verrebbe interrotta. E anche l’azione risulterebbe condotta
in luoghi separati. E’ importante notare che vi è una continuità di movimento da
un luogo del delitto a quello successivo, senza che vi sia una significativa
battuta d’arresto tra i 2 episodi.

Il reato di strage, prevede l’esistenza delle tre componenti già descritte: un
numero minimo di tre vittime, uccise in una sola occasione e in un unico luogo.

L’omicidio plurimo di almeno tre persone nell’arco di 30 giorni, accompagnato da
altri crimini gravi punibili con almeno un anno di reclusione in un carcere di
stato (ossia i cosiddetti reati di felony) viene definito in America spree
murder. L’atto criminale grave che più frequentemente accompagna l’omicidio è
quello della rapina.

Le donne serial killer

Le prove sono incontrovertibili: vi sono serial killer di sesso femminile. Una
ragione per la riluttanza generale ad accettare l’idea che le donne possano
commettere questo tipo di delitti è data, forse, dal fatto che esse non vengono
in genere percepite come capaci di omicidio.

Il focus della ricerca criminologia, principalmente orientata alla criminalità
maschile, ha poco considerato l’omicidio seriale commesso da donne.

Pochi sono gli autori che ammettono l’esistenza di donne serial killer poiché,
non uccidendo con un esclusivo movente sessuale, non rientrano nelle tipologie
più accreditate. Le statistiche più recenti rivelano una percentuale minima di
donne serial killer, stimata attorno al 5-10% del totale mondiale dei serial
killer. Di queste, il 44% ha agito come complice di un uomo, rendendosi
responsabile della morte di un numero di persone, tra uomini, donne e bambini,
che va da 261 a 471, con un range di vittime pro capite che include un minimo di
8 ed un massimo di 14. La loro età, un po’ più alta di quella maschile, si
estende dai 14 anni ai 54.

Il 32% è costituito da casalinghe e il 18% da infermiere. Solo il 15% aveva già
riportato condanne penali al momento della cattura.

Hockey (1991), dopo un’indagine su 34 donne americane pluriomicide, perviene
alla seguente definizione di serial killer femminile: << Le donne
tendenzialmente non uccidono per scopi sessuali ma, al contrario, a causa di una
relazione personale sfortunata: cercano questa tragica via di fuga quando sono
vittime di un marito violento e prevaricatore o, in altre circostanze, quando
sono state respinte in amore>>. Escludendo la motivazione erotica, che le
distingue dai serial killer maschili, rientrano in questa tipologia le
cosiddette “vedove nere” e le infermiere.

Le prime sono donne che hanno ucciso i propri mariti per ragioni prevalentemente
economiche, mentre le seconde vittimizzano persone sulle quali hanno un
controllo, in particolare gli anziani o i bambini. A differenza dei serial
killer maschi, dunque, solo 13 delle donne colpisce gli estranei, mentre le
vittime designate sono per lo più congiunti o conoscenti.

Quasi senza eccezione le donne sono stanziali.

Contrariamente agli uomini, non viaggiano per grandi estensioni alla ricerca di
una vittima, tanto da essere definite “assassine posto-specifiche”.

Un’altra differenza riscontrata tra la donna serial killer e l’uomo riguarda il
modo in cui viene uccisa la vittima.

Gli uomini infieriscono sulla vittima con attacchi violenti, che possono
configurarsi anche come vere e proprie mutilazioni, mentre le donne, nella
maggioranza dei casi, si limitano soltanto ad uccidere.

Holmes ha individuato cinque tipologie di donne serial killer, analoghe ad
alcune classificazioni adoperate anche per gli uomini: visionarie, per guadagno,
edonistiche,orientate al potere e missionarie.

-Serial killer “allucinata” (visionary)

La maggior parte dei serial killer non è considerata affetta da psicosi: questi
criminali si rendono conto che, da un punto di vista legale se non morale,
uccidere è sbagliato. Non provano apparentemente sentimenti in merito agli
interessi e al benessere degli altri; alla maggior parte di essi potrebbero
essere imputati, forse, difetti caratteriali, come ad esempio una personalità
antisociale. D’altra parte, vi sono assassini seriali che commettono degli
omicidi perché “costretti” a farlo dall’estero. Ad alcuni appaiono infatti
visioni che ordinano loro di sterminare tutti gli abitanti della Terra, o almeno
-per iniziare- quelli del vicinato. Il criminale rivela un grave distacco dalla
realtà. Ciò può essere provato dalle dichiarazioni di questi soggetti, che
sostengono di aver parlato a Dio, ad un angelo, a uno spirito, o a Satana
stesso. La motivazione è apparentemente esterna alla personalità e deriva
dall’apparizione o d un’allucinazione uditiva.


-Killer per tornaconto personale (comfort)

L’assassina seriale che uccide per tornaconto personale è spinta da ragioni
materiali, e non da incentivi psicologici. Queste criminali costituiscono il
tipo prevalente di serial killer femminile. Non vi sono voci o visioni di Dio o
del diavolo che esigono lo sterminio dell’intera umanità. Piuttosto, la killer
uccide abitualmente persone di sua conoscenza, e dalla cui morte può ottenere
dei vantaggi materiali.

-Killer “edonista” (Hedonistic)

Forse la meno compresa e rappresenta di tutte le serial killer è proprio il tipo
“edonista”. Questa criminale ha stabilito una connessione cruciale tra
l’omicidio e la gratificazione personale e sessuale.

-Killer orientata al potere e al controllo della vittima (Power seeker)

Il potere è la capacità di influenzare il comportamento degli altri in accordo
ai propri desideri. Ma il potere può anche essere definito, nel nostro contesto,
come la forma più estrema di dominio esercitata da un individuo su un altro.Si
ritiene ad esempio che Jane Toppan, un’infermiera, abbia ucciso tra le 70 e le
100 persone. Dichiarò con orgoglio di essersi fatta beffe delle autorità, “dei
medici stupidi e dei parenti ignoranti”. Aggiunse la donna: “Di questo vado
fiera: di aver ucciso più persone- più persone prive di aiuto- di quanto abbia
fatto qualsiasi altro uomo o donna al mondo.”

-Killer per “discepolo” (Disciple)

Per finire, alcune donne uccidono quando vengono a trovarsi sotto l’influsso di
un leader carismatico. In questo caso, gli incentivi sono di ordine psicologico:
il riconoscimento personale della donna da parte del suo “idolo”. Alla scelta
delle vittime provvede in genere il leader maschile: l’omicidio, quindi,
rifletterà più i desideri di quest’ultimo che quelli di quanti commettono
materialmente l’atto.

Tipologie di serial killer

Come avviene per qualsiasi tipo di comportamento umano, sono possibili delle
eccezioni, e forse nessun omicida, nella sua singolarità, rientrerà a pieno
titolo in uno di questi tipi senza possedere anche qualche tratto distintivo o
caratteristica propria di un altro tipo. Le classificazioni proposte dagli
esperti sono varie e si distinguono l’una dall’altra sulla base dei criteri di
differenziazione prescelti.

Le più diffuse fanno riferimento:

1. alla dinamica comportamentale

2. al tipo

3. al presunto disturbo mentale

4. al grado di mobilità e, infine,

5. al Crime classification manual

1. La classificazione (di stampo poliziesco-investigativo) basata sulla dinamica
comportamentale è stata realizzata da Ressler, Burgess e Douglas (1985) allo
scopo di migliorare l’efficacia e la rapidità delle indagini e ridurre i tempi
di cattura degli assassini seriali. I tre autori hanno introdotto la distinzione
tra comportamento”organizzato” e “disorganizzato”.

Secondo questa distinzione, il serial killer organizzato è di solito, uno
psicopatico incurabile, molto astuto, con ottime capacità organizzative e di
pianificazione, che conduce una vita apparentemente normale e ama sfidare le
autorità inviando messaggi denigratori. E’ capace di intendere e di volere, pur
presentando disturbi della personalità e di carattere sessuale.

Il serial killer disorganizzato, al contrario, è solitamente uno psicotico, meno
esperto e intelligente del tipo organizzato, che può commettere più errori.
Spesso uccide in preda ad allucinazioni e il luogo del delitto, dal quale non è
solito rimuovere il cadavere, riflette questo tipo di disordine mentale.

Non sembra preoccupato dall’eventuale cattura: il più delle volte non organizza
il crimine, si affida all’impulso del momento e si accanisce sul cadavere.

2. La classificazione (di stampo amministrativo giudiziario) basata sul tipo è
stata proposta da Holmes (1988) e comprende quattro tipologie: “visionario”,
“missionario”, “edonista”, “orientato al controllo e al potere”.

A) Il “visionario”è il tipo più difficile da comprendere a causa della sua
visione psicotica della realtà. Dichiara di uccidere spinto dalla volontà di
demoni o spiriti e non per motivazione sessuale. Un esempio prototipico è
rappresentato da Joseph Kallinger, che confessò di uccidere al comando di
Charlie, un personaggio prodotto dalla sua immaginazione che gli aveva affidato
il compito di uccidere l’umanità, in qualunque forma si presentasse. Il guadagno
che i visionari ottengono deriva dal piacere di liberarsi dalla pressione del
compito assunto. I serial killer visionari, contrariamente agli altri,
colpiscono a caso e in maniera indiscriminata in luoghi conosciuti e familiari,
non si preoccupano di eliminare tracce dalla scena del delitto, che testimonia
ampiamente il loro stato confusionale.

B) Il “missionario” ha come obiettivo l’eliminazione di un particolare gruppo di
persone che considera indesiderabili e indegue di vivere assieme agli altri
esseri umani. Il più delle volte non manifesta una sindrome psicotica ma, al
contrario, si mostra consapevole e intenzionale. Anche in questo caso, la
motivazione omicida si ricollega al riconoscimento della società che il serial
ha liberato dal male. Le vittime non hanno relazioni personali con l’omicida, ma
appartengono a gruppi da lui considerati nocivi per la comunità, sulla base
della sua personale etica. Tende ad uccidere velocemente e, in genere, non a
scopo sessuale. Le azioni sono pianificate ed organizzate e, solitamente, sulla
scena del delitto non sono presenti né prove fisiche (impronte, tracce di
sangue), né le armi usate. Il luogo dove deposita il cadavere è spesso a lui
molto conosciuto e può coincidere con un posto nel quale, in passato, ha avuto
una qualsiasi forma di successo, scelto quindi proprio per il sentimento di
invulnerabilità che è in grado di rievocare.

C) L’”edonista” uccide allo scopo di raggiungere il piacere e comprende: il
”thrill seeking killer” (assassino alla ricerca di emozioni), che uccide per
l’eccitazione prodotta dall’azione in sé, il ”comfort killer” (assassino per
guadagno: spesso si tratta di donne che uccidono per un vantaggio psicologico o
materiale), il “lust murder” (assassino per libidine), la cui unica
gratificazione sessuale proviene dall’atto omicida.

D) L’”orientato al controllo e al potere”, infine, uccide per motivi legati al
bisogno di dominanza e pretende, con la forza, di manipolare il comportamento di
un partner subordinato.

3. La classificazione basata sul presunto disturbo mentale suddivide i serial
killer in schizofrenici paranoici e sadici sessuali.

I primi, numericamente molto inferiori, sono caratterizzati da un comportamento
aggressivo e sospettoso, da allucinazioni, deliri, manie di grandezza o
persecuzione, fantasmi religiosi.

I secondi, uccidono e torturano le loro vittime per raggiungere l’eccitazione e
il piacere sessuale, generalmente le deumanizzano, considerandole alla stregua
di oggetti.

4. La classificazione in base alla mobilità, proposta da Hockey (1991),
individua tre subtipologie:“itineranti”,che operano in località molto distanti
l’una dall’altra, spesso in Stati diversi, ostacolando così i collegamenti tra i
diversi omicidi;

6. Il Crime classification manual, volume redatto da alcuni agenti speciali
dell’FBI,contiene, oltre alla classificazione dei crimini violenti, un’accurata
disamina della scena del delitto, della psicologia del testimone e dei metodi
utilizzati per le investigazioni sul crimine violento. Suddivide i serial killer
in relazione al movente, al numero degli attori coinvolti e alle vittime.

L’omicidio seriale in Italia

Il serial killer italiano risiede più frequentemente nel centro – nord. In
particolare, sembra agire soprattutto in Piemonte, Liguria, Lombardia e Veneto.

Il fenomeno è ancora assente nelle regioni meridionali. Questa distribuzione
topografica potrebbe confermare le ipotesi sociologiche che fanno risalire
l’aumento della patologia psichiatrica alle trasformazioni nella qualità e nei
ritmi di vita imposti nelle aree più industrializzate del nostro Paese dalla
modernizzazione, aree che sembrerebbero avvicinarsi sempre più alle metropoli
americane.

Contrariamente ai serial killer americani, però, gli italiani uccidono di meno e
con minor efferatezza. Sono decisamente meno frequenti i casi di necrofilia e
cannibalismo ed è meno cruenta la dissezione del cadavere. L’82% dei serial
killer italiani ha ucciso da due a sei persone ad eccezione della “coppia
Ludwing”, imputata di quindici delitti, e del “mostro di Firenze”, che ne
realizzò quattordici.

I serial killer americani invece, sono decisamente più letali (Henry Lee Lucas
arrivò a uccidere trecento persone). Infine, mentre oltreoceano la vittima
potenzialmente può essere chiunque, in Italia la categoria più a rischio e più
colpita rimane ancora, come confermano le statistiche, quella delle prostitute.

Ma come è considerato e definito in Italia il fenomeno dell’omicidio seriale?

Al riguardo, dobbiamo dire che da noi sol in tempi recenti è riuscita a farsi
strada l’idea che potessero esistere delitti commessi per puro piacere, cioè
delitti che non avessero un movente economico, passionale, politico, ecc. questa
idea è maturata lentamente, soprattutto dopo le imprese eclatanti di serial
killer come quelli di Firenze, Padova, Terrazze, ecc., ed ha seguito, per molti
aspetti, un percorso proprio, certamente diverso da quello delineato dalla
criminologia internazionale. Da noi, nel corso del tempo, l’attenzione si è
sempre più focalizzata soprattutto sulle caratteristiche di “mostruosità” del
serial killer, generalmente considerate, almeno in parte, come conseguenti alla
sua sottostante “necromania”.

Il primo termine, “mostruosità”, è ormai ampiamente utilizzato per esorcizzare e
rendere più comprensibile il fenomeno. Definire “mostro” colui che compie atti
così efferati, infatti, consente alla gente di confinarlo nell’area della
marginalità, dell’eccezionalità, dell’estraneità rispetto alla vera natura
dell’uomo. In tal senso, la mostruosità si origina ogni qual volta viene
superato un certo limite, tacitamente definito dalla sensibilità comune. Il
secondo termine, “necromania”, è un neologismo che coniuga l’attrazione perversa
nei confronti dei cadaveri (“necrofilia”) con l’impulso coatto ad uccidere per
puro erotismo.

Va da sé che, mentre il necromane mira solo al piacere fisico prodotto dal
delitto, il serial killer, come evidenziano tutte le cronache va oltre. Per lui,
uccidere e disporre del cadavere significa anche rafforzare, delitto dopo
delitto, il proprio senso di potere e autorealizzazione. Da qui il carattere
compulsivo e incontrollabile del comportamento del “mostro”.

Tale mostruosità, nutrita di necromania, è dunque diventata , in Italia, la
chiave dominante dell’omicidio seriale.

Questo approccio nostrano al problema, che evidentemente non si allinea alle
classificazioni internazionali che ho descritto, ha finito col diventare una
costante interpretativa, una “sorta di via Italiana” al discorso sul serial
killer.

Teorie sull’omicidio seriale

Spiegare in maniera esaustiva il fenomeno dell’omicidio seriale è un compito
semplicemente impossibile. La mente di questo tipo di killer è davvero unica, e
così diversa da quella di altri tipi di assassino da rendere inefficace
l’impiego di teorie o metodi di spiegazione tradizionali.

-fondamenti biologici

Il cervello umano resta ancora pieno di misteri per gli scienziati. Essi
ammettono oggi che il suo potenziale è più elevato di quanto sia mai stato
creduto. Non solo gli scienziati non sono in grado di riconoscere l’effettivo
totale del cervello, ma ignorano anche in quale modo il funzionamento del
cervello (e i comportamenti da esso innescati) possa essere connesso
all’omicidio.

• La personalità psicopatica è stata a lungo oggetto di ricerche, non soltanto
da parte degli psicologi, ma anche di tutti quanti lavorano nel campo medico.
Burgess, Hartman, Ressler, Douglas e McCormick, ad esempio , hanno fatto una
scoperta molto interessante. Nei loro campioni, le anormalità rilevate
all’elettroencefalogramma in alcuni soggetti scomparivano una volta che questi
ultimi raggiungevano una fascia d’età compresa tra i 30 e i 40 anni. Secondo
Burgess et al., a quell’età potrebbero essersi verificati alcuni mutamenti nella
struttura cerebrale. Quest’ultima avrebbe richiesto un periodo maggiore del
normale per svilupparsi, e ciò potrebbe spiegare il comportamento infantile
caratteristico dello psicopatico.

• Il trauma cranico ha costituito un altro oggetto di ricerca nell’ambito della
prospettiva fisiologica. Ad esempio, Pasternack (1974) riportò che da un
progetto di ricerca in cui vennero esaminati dei detenuti omicidi era emerso che
ognuno dei soggetti intervistati aveva subito un trauma cranico durante
l’adolescenza. Secondo questi studiosi, le lesioni al cervello riportate negli
anni dello sviluppo o addirittura al momento della nascita costituirebbero
alcuni degli elementi più comunemente presenti nei serial killer.

-fondamenti psicologici

Nelle discipline accademiche della psicologia e della psichiatria la spiegazione
predominante del comportamento violento viene fatta risiedere nella personalità
psicopatica. Lo psicopatico è un soggetto che presenta determinati tratti
comportamentali. Naturalmente lo psicopatico – definito talvolta sociopatico – è
un individuo che non impara dalla propria esperienza e che non desidera
conformarsi alle regole e alle norme degli altri. Di conseguenza, il soggetto si
mette continuamente nei guai, perché non vuole rispettare le regole che
riguardano ogni individuo appartenente ad una comunità.. Vi sono poi altre
possibili argomentazioni per spiegare le ragioni per le quali un determinato
soggetto può diventare un omicida seriale. La personalità sociopatica sembra
costituire il genere di soggetto che attrae maggiormente l’attenzione degli
studiosi contemporanei alla ricerca di una risposta. Ma non sempre è stato così.

Il campo della psicologia- e del suo studio dei fenomeni criminali- a le sue
radici in Sigmund Freud e nella psicoanalisi. La teoria di un equilibrio tra le
istanze dell’Es, dell’Io e del Super-io ha avuto ampie ripercussioni sulla
gestione del comportamento sociale. Freud riteneva che al Super-io, ossia alla
conoscenza sociale dell’individuo, spettasse il controllo del comportamento
antisociale. Un Super-io “danneggiato” avrebbe potuto dar luogo a un soggetto
antisociale. In un’epoca successiva, teorici come Gallagher (1987) teorizzarono
che il comportamento anormale- è talvolta criminale- potesse trarre la sua
origine dal conflitto tra l’Es e il Super-io. Un simile conflitto può spesso
aver luogo durante l’infanzia, in particolare in occasione dei rapporti tra il
bambino e chi se ne occupa. Un assassino seriale raccontò a Ronald Holmes che,
da bambino era stato accusato di aver mangiato nottetempo un frutto che il padre
voleva conservare per la colazione del mattino successivo. Evidentemente,
durante la notte, qualcun altro si era impossessato del frutto, ma il futuro
serial killer era stato punito per un “crimine” che non aveva commesso. Hichey
(1997) afferma che fatti del genere possano “avere un effetto devastante su un
individuo in giovane età”. Certamente l’episodio appena riferito ha avuto un
notevole effetto sul nostro serial killer: l’incidente da lui narrato era
avvenuto più di 30 anni prima. L’uomo, però, lo ricordava con una tale
chiarezza, che esso sembrava come scolpito nella sua mente. L’omicida seriale
aggiungeva che forse non sarebbe mai un assassino se un simile episodio non
fosse accaduto. Esistono forse dei fattori psicologici che predispongono un
individuo a commettere crimini violenti ? Nei suoi studi su soggetti in giovane
età, Aichorn (1934) osservava che in determinati giovani si manifestavano
comportamenti delinquenziali latenti, che esigevano un’immediata gratificazione.
Il giovane delinquente non può posporre la soddisfazione e reagisce spesso con
violenza per ottenere una gratificazione immediata.


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